Natura delle periferie contemporanee

L’urbanesimo moderno nasce con l’affermarsi delle periferie…. Le periferie possono essere intese non già solo come parti esterne di una città, ma come vere e proprie forme urbane integrate, modelli di urbanizzazione generalizzati che prescindono dal polo principale regionale, per estendersi sul territorio e così, direttamente connesse con più ampie scelte politiche, legate all’insediamento di industrie e alla presenza di tecnologie. In modo tale che, sia territorialmente che storicamente il loro progredire esuli e prescinda da schemi analitici del tipo “centro-periferia”, o “città campagna”, per poter essere riletto nell’altro più proprio e più inedito, della periferia come grande area nella quale si sviluppa, col terziario, la cultura tecnologica, un tempo solo appannaggio della mentalità cittadina, e oggi ormai così diffusa e vincitrice, da riuscire perfino a fare a meno di quell’antica urbanità da cui era nata, per definitivamente affermarsi in una autonoma logica autopropulsiva.” (1)

Nell’era informatica le periferie delle aree metropolitane non assolvono più unicamente alla funzione per cui sono nate: in altre parole non sono solo contenitori di forza lavoro, o quartieri dormitorio esterni ai centri urbani. Le trasformazioni della struttura aziendale e dell’organizzazione lavorativa hanno fatto sì che porzioni più allargate di territorio (porzioni ibride) possano essere considerate come periferiche e facenti parte dell’area metropolitana, anche se la differenza consiste nella loro non-dipendenza dalla città, bensì in centri autonomi all’interno di una compagine urbana estesa. Il livello di autonomia di una periferia rispetto ad un centro viene misurato dal numero di servizi sociali (scuole, asili, servizi sanitari e assistenziali) presenti sul suo territorio. Quando poi, delle periferie diventano super-attrezzate di servizi sociali e commercio, esse stesse diventano poli d’attrazione, e quindi centri di ‘periferie di periferie’. Si può parlare della nascita di nuove forme di centralità, le quali in certi casi possono essere anche scisse dai nuclei urbani storici.

“Quello che oggi non possiamo considerare un classico rapporto tra centro e periferia verrà sostituito da una sorta di rete, di maglia urbana, dove ogni punto potrà essere considerato contemporaneamente centro e periferia.” (2)

La natura di questa periferia metropolitana è quindi una natura ibrida, formata da un insieme di piccole differenze seriali: villetta, villetta, capannone, campo sterrato, incrocio, insegna, insegna, villetta, officina, villetta, capannone, motel, semaforo, parcheggio, villetta, palazzina, capannone…. Lo sfumare delle partizioni nel territorio e nella città e la cancellazione delle loro soglie (quando passiamo da dentro a fuori la città? dalla città alla campagna? dal centro alla periferia?) oltre che la loro sempre più frequente inversione (incontriamo sempre più spesso periferie geometricamente centrali e potenti centralità lontane dal centro geografico…) provoca insomma, dal punto di vista percettivo, un effetto di annullamento dei “generi” che tradizionalmente strutturano l’esperienza dell’attraversamento urbano. (3) Secondo Stefano Boeri (4)si tatta di ‘luoghi in sequenza’ nel territorio metropolitano, di grossi contenitori o nicchie separate, in cui ognuna vive la sua realtà particolare. Queste realtà diverse non sono sommabili in una visione unitaria, bensì si accostano l’una all’altra senza dialogo. L’unico modo per percepire questo panorama non unitario e frammentario è il viaggio, la mobilità, il flusso.

Le strade statali e provinciali, e le autostrade, di collegamento tra nuclei diversi, attraversano questo ‘paesaggio ibrido’ diventando nuove strade urbane di un’urbanità allargata, che si può percepire solo con l’automobile in uno scorrere che diventa scontro tra dimensioni eterogenee: da centri storici chiusi in se stessi, si passa rapidamente a grossi stabilimenti industriali, a porzioni di campagna che si accostano a centri commerciali, accanto a cascine, isolate, a benzinai, a castelli diroccati, a dispersioni di quartieri formati da “villette” monofamiliari isolate, a mega-discoteche in ex-cappannoni, a grattacieli….

Se i centri storici presentano per lo più una tipologia chiusa, a corte o in ogni caso ad isolato chiuso con una cortina stradale continua, le nuove edificazioni periferiche e, in particolare, quelle successive alla modernità, sono spesso isolate (villette unifamiliari, case a schiera, torri) e non presentano alcuna soluzione di continuità con le tipologie precedenti creando un salto, un taglio netto che si misura anche nella generale mancanza di servizi, nella alienazione, nella mancanza di spazi di uso pubblico (dove per spazio pubblico si intende anche il marciapiede!), nel carattere mono-funzionale , e poco urbano di queste tipologie edilizie a bassa densità.

“Nel caso italiano il fenomeno assume connotati ancora più preoccupanti soprattutto perché ha preso piede in un contesto in cui gli strumenti urbanistici si sono dimostrati sinora del tutto inadeguati ad esercitare un reale controllo sull’attività edilizia, sia per ciò che concerne la quantità che la qualità dell’edificato. Ne è derivato che intorno i centri urbani – tutti, a prescindere dalla loro dimensione – si è sviluppata in maniera del tutto spontanea e al di fuori di ogni tipo di regolamentazione, una corona di villette isolate….
Quella che è un’aspirazione segreta, quasi “”naturale”, dell’individuo a vivere a contatto con la natura, sembra essere diventata, cioè, la causa principale di un processo di trasformazione del territorio con caratteri e dimensioni sinora sconosciuti.” (5)

Il desiderio di privacy, il desiderio di mobilità, il desiderio di identificazione, il desiderio di “verde”, o meglio i loro requisiti incrociati, hanno generato nuovi luoghi nella città estesa. Il modello della casa unifamiliare, della “villetta”, è la risposta individuale a queste condizioni. Pur efficace, essa non è tuttavia in grado di controllare ciò che esiste al di là dei suoi confini, del suo recinto. (6)

Tuttavia ora si capisce come, grazie al cambiamento della struttura lavorativa, che ha comportato l’insediamento di piccole e grosse aziende e strutture commerciali in queste porzioni periferiche, esse inizino ad assumere il peso di aree centrali: zone precedentemente mono-funzionali e omogenee ora tendono a non esserlo più. Questo fenomeno si verifica, infatti, anche in quelle zone periferiche residenziali composte da villette isolate, case bifamiliari, e case a schiera che fino a poco tempo fa erano veramente territori dove la mono-funzionalità regnava. Oggi, invece si manifesta lentamente un aumento di passaggio di funzioni. Si assiste alla trasformazione di villette unifamiliari in bar o negozi e strutture pubbliche. Già da tempo questo fatto avviene nei centri storici dove si è assistito in modo massiccio al passaggio da residenza a terziario (basti pensare al centro di Milano, o a quello delle maggiori città italiane e europee). Tuttavia, nei centri storici la tipologia edilizia ad alta densità è più in grado di assorbire le trasformazioni e i passaggi di funzioni, in quanto il suo carattere pubblico e urbano è più forte, grazie al legame con la strada. Mentre, nelle periferie, nate senza soluzione di continuità a bordo dei centri storici, la tipologia (a villetta isolata o a casa a schiera) a bassa densità insediativa e scarsa intensità architettonica, nonché urbanistica, è poco flessibile e male assorbe la trasformazione da residenziale a pubblico. Questo passaggio repentino di funzioni si può anche collegare all’uso di tecnologie informatiche, le quali slegano la corrispondenza tra spazio lavorativo e attività lavorativa. In passato si era mantenuta una forte correlazione fra soluzioni costruttive, morfologia del territorio e modelli di organizzazione delle attività: la fabbrica, l’ufficio, le reti di collegamento avevano ciascuna una propria forma espressiva determinata dai vincoli dell’organizzazione tecnica e funzionale. Già da tempo questa corrispondenza non è più necessaria. Le realtà insediative riproducono un insieme di codici ormai obsoleti i quali non hanno più alcuna relazione con le attività che si svolgono in esse. L’insieme delle funzioni e dei lavori che si svolgono in un palazzo di uffici, in un’università o in un laboratorio industriale potrebbero essere svolte in un gruppo di cascine o in una centrale termo-elettrica in disuso.

Se nell’era industriale esisteva una stretta relazione tra la meccanica e gli oggetti da essa derivati, oggi non esiste più una relazione diretta tra l’elettronica e la forma dei prodotti da essa derivati. ‘Le nuove tecnologie dell’informazione’ (NTI) (7) permettono di svolgere le stesse funzione in ogni luogo. I luoghi complessivamente perdono identità funzionale. Si delinea una reale indipendenza tra forma e funzione. La funzione dei luoghi non corrisponde più a un codice stilistico (casa, ufficio, fabbrica) visibile, ma a un software che cambia l’uso dei luoghi, cioè a un programma in rete che specializza in tempo reale le attività. Anche il territorio odierno è coinvolto da questa evoluzione, ne risulta una somma di luoghi fisici e virtuali che restano tra loro autonomi e rispondono a logiche organizzative diverse, compenetrandosi e riadattandosi costantemente. La distruzione dell’ideale moderno della corrispondenza tra forma e funzione si rispecchia così anche nel territorio e cancella anche quella corrispondenza biunivoca tra interno ed esterno. Lideale moderno della trasparenza, di un mondo panottico, è tanto angosciante quanto irrealizzabile. Negli ‘inferni di cristallo’ nessuno può cambiare marca di lampadina senza rovinare l’architettura, e quindi, la città. La ‘casa di vetro’, il padiglione isolato, in continuità spaziale e visiva con la natura, ha bisogno di abitanti-dei. Il ‘sublime’, l’unica estetica concessa al moderno, è incompatibile con il ‘domestico’…. All’idea moderna della casa di vetro, possiamo oggi opporre interni senza faccia. Le case a patio di Mies van der Rohe negano ogni concetto di facciata e quindi ogni istanza rappresentativa. Esse assumono la totale trasparenza e la totale opacità dei diaframmi come un lessico binario che interrompe la semiosi architettonica. (8)

Di fronte a questa nuova fluidificazione funzionale prodotta dalle strumentazioni elettroniche, la soluzione può essere un tessuto diffuso, ad alta flessibilità strutturale, pareti, contenitori, forme chiuse e aperte, in grado di offrire nuove e diverse tipologie e di permettere lo svolgimento di attività simultanee. Lo spazio può essere organizzato in modo indifferenziato, dando l’opportunità per svolgere contemporaneamente un insieme di funzioni, uno spaccato sociale, che unisce piccole industrie, case-laboratorio, atelier, agricoltura, commercio, esposizione, cultura. Nell’era della ‘Rivoluzione delle Telecomunicazioni”, chi riuscirà ad esserne coinvolto e collegato, avrà una mentalità più urbana ed internazionale, anche in ambienti meno urbani. Ci si potrà spostare sempre più fuori dalla città, pur rimanendo urbani. Grazie all’uso delle tecnologie informatiche per scopi lavorativi, quella che conosciamo come “Suburbia” attraverserà una fase in cui diventerà una via di mezzo tra borgo medievale (il telelavoro farà diventare la casa simile alla casa-bottega), e villaggio globale delle telecomunicazioni: dal particolare al mondiale, senza confini.

 

Massimo Rodighiero, Jesse Nickerson

 

 

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Note:

  1. G. Della Pergola, da “Città Politica Cultura”, ed. Franco Angeli, Milano
  2. Ibidem
  3. M. Zardini, G. Baldisseri, L. Marchetto, M. Zancan, “Paesaggi ibridi. Un viaggio nella città contemporanea”, Skira Editore, Milano 1996
  4. Ibidem
  5. F. Viola “La casa unifamiliare come alternativa alla dispersione urbana” in Costruire in Laterizio 270, 46/95
  6. M. Zardini, G. Baldisseri, L. Marchetto, M. Zancan, “Paesaggi ibridi. Un viaggio nella città contemporanea”, Skira Editore, Milano 1996
  7. G. Della Pergola, “Le Parti e l’Intero”, Clup, Milano
  8. M. Zardini, G. Baldisseri, L. Marchetto, M. Zancan, “Paesaggi ibridi. Un viaggio nella città contemporanea”, Skira Editore, Milano 1996