La metropoli

La metropoli contemporanea si presenta sotto forma di una conurbazione: una compagine urbana che ingloba zone precedentemente non tali (periferie, campagne, autostrade, altri paesi di dimensioni minori fino a ricongiungersi, senza grosse barriere fisiche, ad altre città); emblematico è l’esempio dell’area metroplitana che spazia da Milano a Venezia nel Nord Italia (di cui fa parte anche Castiglione delle Stiviere), oppure, su scala diversa alla grande conurbazione americana della costa orientale.

E’ questa una “città estesa”, diffusa, e senza confini cui fanno parte aeroporti, stazioni, autogrill, autostrade, campagna, centri commerciali, zone industriali o aree dismesse, centri storici ghettizzati e enclaves residenziali protette che si alternano a quartieri degradati.

La contemporaneità risulta essere sempre più antitetica rispetto alle regole dell’architettura tradizionale. La contemporaneità contrappone all’integrità la frammentazione, alla contemplazione la fruizione dinamica, alla sincerità strutturale la scissione tra interno ed esterno. Si può dire che la contemporaneità dia vita a quella che si potrebbe definire un’ estetica politeista, una sommatoria di credenze non più legate a un ideale unificante.

Un tempo le città venivano costruite avendo come punto di riferimento “un Intero Ideale”, un dato sintetico e complessivo che poteva far dire, sì, questa è una città. Le metropoli, invece, non sono costruite come degli Interi. Forse alcune di esse all’origine prevedeva un progetto unitario, un’idea di città unitaria, ma poi per la sua costruzione storica successiva è avvenuto che ogni singola parte, ogni singolo quartiere, ogni periferia esterna, fosse pensata come autonoma, come ‘per sé’.

…. Alla polis di una volta non coincide più la metropoli di oggi. La polis non può essere interpretabile come un antecedente storico della metropoli, ridotto di scala….La metropoli non può essere intesa banalmente come una somma di più parti distinte e disgiunte, ovvero, come una polis primigenia cui, per successive addizioni, si sono aggregate parti sempre più esterne. (1)

Stiamo assistendo al passaggio da società industriale a società informatica. La città industriale aveva prodotto la concezione di un Centro con un ruolo direzionale e una Periferia con una funzione produttiva. Tra i vari elementi non c’era continuità, bensì una contraddizione che veniva segnalata dagli inflessibili confini fisici che demarcavano le singole unità. Questa contraddizione si manifestava anche nella vita assai diversa che conducevano l’operaio, il borghese e il contadino. Nella città dell’era industriale il lavoro era ripetitivo, circoscritto a spazi chiusi e assegnato a classi sociali nettamente separate.

Il passaggio dalla società industriale alla società dei servizi, con la diffusione della microelettronica di base sta trasformando rapidamente quella reciprocità tra industria e urbanesimo da cui nacque la stessa modernità. L’azienda informatizzata non ha più bisogno di ampi spazi tendenti a creare un sistema concentrato di relazioni territoriali e produttive, ma preferisce il decentramento produttivo, la semplificazione dei linguaggi comunicativi, il coordinamento simbolico, le integrazioni per rete. (2)

Già molte aziende hanno realizzato questo sogno, collegando in rete i computer dei propri collaboratori, i quali possono compiere nell’ambito domestico tutto qel lavoro di in-put out-put che prima veniva svolto in ufficio, risparmiando a loro la fatica di raggiungere il luogo di lavoro spesso lontano, e alla comunità l’uso e il consumo di spazio pubblico. La casa e il suo arredamento, gli uomini e gli stili di vita sono talmente tanti e talmente diversi in relazione ai luoghi e alle culture, che non è facile sin d’ora prevedere una soluzione globale generalizzabile. Certo è che molte case di oggi non sono preparate a ricevere l’ufficio telematico, e che le attrezzature necessarie, come computers, fax modem e stampanti non sono ancora progettate per fare parte dell’arredo domestico, ma semmai vengono relegate e rinchiuse in una stanza a parte.

Nella fase di transizione da città industriale a metropoli informatica (Villaggio Globale), le grandi imprese stanno assistendo ad un processo di decentramento, che viene a creare una nuova situazione di policentrismo. Oltre al cambiamento di ubicazione delle aziende, successivamente, si verifica una riconfigurazione in unità produttive più piccole, le quali stanno scomparendo in quanto ‘industriali’ e ricomparendo in quanto ‘informatiche’. Questo fatto spiega come aree un tempo industriali all’interno della città o di nuclei periferici stiano diventando ‘vuoti urbani’ e ‘aree dismesse’. Si pone dunque, da un lato, il problema del riutilizzo di suoli urbani ed ex-industriali, e dall’altro quella di una diversa organizzazione del lavoro, o meglio del cosiddetto ‘tele-lavoro a domicilio’. La parcellizzazione e disseminazione nel territorio delle industrie in piccole aziende ha cambiato la configurazione territoriale, i flussi degli spostamenti, gli orari di lavoro e il modo di assemblaggio del prodotto finale. Con l’avvento delle nuove tecnologie dell’informazione (NTI) si sta riducendo la densità degli spostamenti, così come la loro portata, causando quindi una diminuzione della fruizione degli spazi collettivi.

Se il lavoro, la comunicazione e persino la cultura (attività che prima venivano svolte all’esterno in spazi pubblici e collettivi) possono ora svolgersi su piani più personali e individuali, all’interno della sfera domestica, quali saranno, se ci saranno, i luoghi esterni all’abitazione in cui la popolazione si mescolerà e si troverà?

Scarsi sono i requisiti di uno spazio pubblico non più luogo di comunicazione; ad esso rimangono pochi attributi desiderabili: la transitività (la strada e il parcheggio, la gradevolezza visiva, (il verde), il relax (i giochi, per bambini e adulti)…. Vi sono spazi che hanno perso significato nella città contemporanea, ad esempio le piazze, senza acquisirne un altro: il loro ruolo si è indebolito, il loro contenuto e valore simbolico si sono trasferiti altrove. (3) Quando pensiamo all’idea di piazza ci riferiamo ad un’immagine ricavata dal modello della città storica, ormai obsoleto:… associamo “ad una “forma”, la piazza, anche un ruolo urbano che non ricopre più. Le nuove piazze si sono rivelate essere solo degli spazi aperti privi di significato, dei ‘resti’ sin dal momento dela loro progettazione. (4) Se le piazze di nuova costruzione risultano essere dei vuoti deserti e non frequentati da nessuno, è proprio perché le attività che un tempo animavano le piazze storiche se ne sono andate altrove, ad esempio si sono concentrate in grossi ‘shopping malls’, hall di alberghi, complessi per uffici, centri sportivi e per il divertimento, parchi tematici, e attrezzati, bar cibernetici, discoteche, autogrill, duty-free shops e aeroporti. Questi spazi privati (per proprietà) ma aperti al pubblico sono forse le ‘nuove piazze del 2000. Tuttavia,questi nuovi spazi collettivi non stabiliscono dei rapporti con il mondo esterno, bensì si presentano come mondi a sé, autonomi, e si rappresentano solo al loro interno. Le connessioni si sono perse. (5) Il problema dell’assenza di spazi pubblici si traduce nel problema di assenza di relazione tra interno ed esterno. L’esterno viene da noi sempre più spesso esperito come un interno (all’interno di altri contenitori quali l’abitacolo dell’automobile, il treno, l’aereo, la rete informatica, l’autogrill, il centro commerciale – quest’ultimo, in certi casi addirittura cerca di ricostruire l’aspetto di un impianto storico urbano).

La relazione tra l’abitare come ‘arte dell’interno’ e la città come ‘paesaggio che scorre’ è ormai fragile, problematica. Interno ed esterno di un edificio appaiono ormai due identità separate, fruite secondo circostanze diverse. Le figure dell’edilizia non sono più in grado di controllare il paesaggio, né di rendere confortevole gli interni. Perdiamo sempre più il controllo sulla scala intermedia, sull’ “urban design”. Della città storica spesso rimpiangiamo quella corrispondenza tra spazio fisico e codici di comportamento sociale che fondava la condizione della città come ‘luogo comune’. (6)

 

Massimo Rodighiero, Jesse Nickerson

 

 

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Note:

  1. G. Della Pergola, da “Città Politica Cultura”, ed. Franco Angeli, Milano
  2. Ibidem
  3. M. Zardini, G. Baldisseri, L. Marchetto, M. Zancan, “Paesaggi ibridi. Un viaggio nella città contemporanea”, Skira Editore, Milano 1996
  4. Ibidem
  5. Ibidem
  6. Ibidem